Home
Il centro ricerche
Eventi
Progetto A.P.A: Firenze, Prato, Pistoia
LGDN
Il Cane al lavoro
Note tecniche
Diritto di Replica
Storie ed aneddoti
Foto Gallery

Disponibilità Cuccioli

   

Copia del manoscritto di G.D'Annunzio.

 

Settembre!

Lorecchio, mangiato o seppellito ?

 Secondo una credenza della popolazione pastorale lamputazione di parte del padiglione auricolare non ha una mera valenza funzionale, ovvero rendere il cane meno vulnerabile nelle lotte di branco oppure nel combattimento contro i predatori. Per alcuni, cucinare i lembi asportati e farli mangiare al cane al quale sono stati prelevati , li rende pi aggressivi. Secondo altri invece ne doveva essere sotterrato almeno uno dei lembi nei pressi della stalla o dellabituale dimora in modo che il cane avrebbe sempre trovato la strada del ritorno quantunque si fosse perso.
Per quanto queste teorie possano sembrare inverosimili, ancora oggi qualche anziano pastore , e a volte anche qualcuno pi giovane , crede fermamente in queste pratiche ataviche , adducendo come prova inconfutabile la propria sperimentazione .
Che te freghi, ji lo so provato e funziona veramente.
.. ci si sente rispondere di fronte alle proprie perplessit.
Gli vecchi non erano fessi, fatte servì
.. spesso aggiungono.
Certo , non facile crederci come del resto non necessario ma nessuno ce lo vieta.

PASTORI

Nenia,
lenta,
assediante.
Pastorale
lamentoso
di coloro che vanno lontano
con i cani al fianco,
con la
bisaccia
ed un bastone storto e nodoso
come
il tempo.
Andranno in cerca di Cristo
fra i rovi e l’assolata,
dietro
un sasso o un macigno.
Torneranno,
col gregge e i cani stanchi,
alle
case vecchie e nere,
con un Cristo in braccio
e uno sulla spalla.
 
di Serafino di Cesare

Ognune allarte se e le pecore a ju lupe

Questo proverbio molto antico dellentroterra Abruzzese si tramandato da padre in figlio, restando di uso comune fino alla prima met del novecento. La frasetta che qui costituisce il titolo, allapparenza semplicistica e di senso limitato, racconta una storia millenaria coniugando saggezza, sacrificio e cruda realt di sopravvivenza. Essa si colloca in un contesto sociale ed epocale ben preciso, quando la pastorizia costituiva la pi frequente e quindi pi importante fonte di reddito in particolare per territori poco fertili ed impervi quali gli altopiani dellAbruzzo centrale. Questo detto si presta magnificamente come spunto per la premessa di questo libro. Estrinsecando appieno questa espressione, senza cadere in artificiose interpretazioni, si racconta una condizione di vita che racchiude il contesto in cui cresciuto e si fatto un nome il nostro cane da pecora, per la cinofilia ufficiale Cane da Pastore Maremmano Abruzzese. Il pensiero primario che questo detto vuole esprimere si riferisce allabilit di svolgere un mestiere o una funzione. Vuole significare che una cosa per essere fatta bene - ad arte - deve essere compiuta da chi ha particolare abilit nel farlo; da chi, per lappunto, lo fa con mestiere. Questo eufemismo veniva usato quale espressione critica  in circostanze che presentavano una cosa mal fatta o non riuscita. Lassa perde quande na cosa ne la sa fa ognune allarte se e le pecore a ju lupe  Sostanzialmente il messaggio potrebbe esaurirsi qui,  per chi si accontenta. Andiamo invece a vedere in quale contesto sociale esso stato coniato e perch si fa un riferimento cos specifico al lupo ed alla pecora. Intanto ci troviamo in un contesto rurale dove lartigianato ed i mestieri manuali erano di vitale importanza perch creavano dimora, quindi protezione  dal freddo ma anche attrezzature da lavoro indispensabili per lo svolgimento della vita quotidiana. Il particolare pi importante che non esisteva una vera istruzione alla professione ma ci si doveva affidare allestro, labilit e lesperienza di ogni singolo mastro. Parliamo quindi di talento personale, tanto sacrificio e qualche nozione atavica trasmessa dai pi anziani. Ecco perch si parla di arte, larte di risolvere i problemi quotidiani di alleviare le sofferenze della vita vissuta in povert. Non esistevano n  garanzie n assicurazioni, tantomeno la possibilit di rifare le cose daccapo e pertanto  una cosa fatta ad arte era una fortuna e rimaneva nel tempo come quella fatta male con le sue conseguenze. Ma arriviamo alla parte che pi coinvolge direttamente il tema trattato in questo libro, il cane pastore abruzzese ed il suo contesto vitae. La pecora ed il suo allevamento, come gi accennato, sin dai primi secoli avanti Cristo fino alla met dell800 costituiva la maggiore fonte di reddito per il territorio di cui si narra. Al tempo era lanimale dallevamento che rispetto al costo dava la maggiore resa. La lana si usava ancora per filarla e farvi capi di abbigliamento come anche per limbottitura di cuscini e materassi. Poi vi era il latte per il formaggio e la carne degli agnelli delle pecore e dei  montoni castrati detti anche manzi, che avevano il compito di condurre le greggi. Oggi la tosatura ha un costo tale che la stessa vendita della lana non riesce ad ammortizzare. Infatti ormai si tosano quasi esclusivamente per il benessere dellovino. Tornando al detto, proprio questa importanza dellallevamento ovino fa comprendere quanto dannose e dolorose dovevano essere le perdite anche di un singolo capo. Queste potevano avvenire a causa di furti e saccheggi (esistevano anche gi le rapine) o per colpa dei predatori come orsi e lupi. Ma chi era il cacciatore di pecore per eccellenza, quello che lo faceva con maggiore acume e mestiere, causando evidentemente i maggiori danni? Il nostro proverbio ce lo dice senza lasciare spazio a dubbi, ju lupe. Notiamo qui come il lupo rivesta nella scala sociale di quel tempo un ruolo importante. Tanto era temuto per la sua spietatezza quanto stimato per la sua abilit. Nel proverbio si riconosce al lupo il titolo di capo mastro nella predazione. Direte ma allora il cane da pecora non fa una bella figura. La fa, la fa! Pensate che il cane cos come ancora oggi lo vedete esiste sulla nostra penisola da oltre duemila anni. Credete che i pastori o allevatori ovini non avessero nulla di meglio da fare che dare da mangiare ad un essere inutile? Beh potete ben immaginare che tutto si potevano permettere men  che sprechi e lussi. Se il cane ed il suo mestiere sono sopravvissuti nei millenni, con una densit di popolazione maggiore o minore a seconda dellandamento della pastorizia e della presenza di predatori, lo si deve esclusivamente alle sue capacit. Il cane da pecora andato a sopperire l dove il fucile del cacciatore e lastuzia del pastore fallivano, garantendo una notevole e soprattutto vitale limitazione delle perdite. Senza fare un torto a nessuno e senza stravolgere il senso del detto esso si potrebbe anche mutare in ognune allarte se e ju cane da pecura pe ju lupe. E ovvio per che le cose negative lasciano un segno pi evidente di quelle positive e cos il proverbio rimane pi incisivo nella sua espressione originale. Ci non toglie che il cane pastore abruzzese il migliore nel suo campo, il capomastro nel mestiere di guardiano delle pecore. Anche le pi recenti ricerche (1978 1987) effettuate dal Biologo statunitense Prof. Ray Coppinger, che ha studiato oltre quattordicimila cani da protezione del gregge di razze diverse, giunto alla conclusione che il nostro cane da pecora in assoluto il pi affidabile, se non altro per il suo morboso attaccamento agli ovini. Accenneremo in questa antologia canina anche ai suoi esperimenti. Dunque, il titolo di questo libro non solo ci trasporta nel contesto che da sempre ha costituito lhabitat naturale del nostro cane ma questo detto atavico anche nella sua espressione pi diretta calza perfettamente a questo antico guardiano bianco, maestro nella difesa del gregge. Questa sua millenaria abilit nel valutare autonomamente eventi e situazioni diverse, risolvendole con autorevole disinvoltura, fanno di lui uno dei cani pi affidabili ed equilibrati che riesce ad  adattarsi a tutte le condizioni  che gli si pongono, senza di contro divenire un cane esigente. Infatti oggi difende aziende, giardini e case con la massima dedizione senza pretendere riconoscimenti od effusioni, affezionandosi con sentimento indissolubile ai bimbi tra i quali cresciuto.

L'ORLANDO FURIOSO

Correva l' anno 1914, mio padre- racconta Giulio Mucciante Idelmo -, era ancora un bambino quando sul pascolo, con pecore e cani, si trovava alle fonticelle (una località sulla piana di Campo Imperatore, territorio del comune di Castel del Monte). Ai tempi di farina d'orzo, che costituiva il pasto quotidiano dei cani, disciolta in un pò d'acqua calda, non ce n'era molta e così spesso i cani di Idelmo si "attaccavano" (bisticciavano, azzuffavano ndr) con i cani di un'altro gregge. I cani di mio padre ebbero la peggio ed in particolare Orlando, così, tornando in paese da mio nonno lo portai con me. Lì lo curammo e lo facemmo mangiare abbondantemente, sempre scaldandogli la farina d'orzo nell' acqua calda, aggiungendo un pò di sale, qualche pezzo di pane secco e il tradizionale infuso di corteccia di quercia contro la febbre. Dopo neanche una quindicina di giorni Orlando si riprese e mio padre lo portò nuovamente in montagna co sè ed il gregge. Un giorno, sotto Monte Siella, Orlando ebbe modo di rincontrare i cani dell' altro pecoraio e uno ad uno li prese e li ammazzò. Ne rimase giusto qualcuno che fece in tempo a guadagnare il largo. Ma la storia non finisce qui perchè tornati in Puglia, a Monte Aquilone nei pressi di Manfredonia, il gregge di mio padre si incrociò nuovamente con quello sorvegliato dai cani sopravvissuti all' ira di Orlando; il guardia addiaccio (il ragazzo a guardia dello stazzo) per poter continuare il suo cammino doveva distendersi a terra per permettere ad Orlando di salirgli sopra. Solo dopo questo insolito rituale era loro concesso proseguire; In questo modo Orlando dimostrava la propria superiorità ma questa superbia, ormai consolidata nel suo carattere, qualche anno dopo gli costò la vita. Fu sempre in Puglia infatti, al bivio di Candelari tra Manfredonia e Foggia, che una sera sul tardi due signori a cavallo, proprietari di un altro gregge che stavano raggiungendo, passarono, a giudizio di Orlando, troppo vicino al nostro stazzo. Così il cane decise di aggredire uno dei cavalli mordendogli sul naso. Questo s'inbizzarrì facendo cadere il cavaliere. A quel punto gli sventurati si avventarono con bastoni e quant' altro poterono trovare a portata di mano contro Orlando. Il trambusto fece accorrere mio padre, Idelmo e mio nonno che insieme agli altri lavoranti presso la nostra azienda riuscirono a mettere in fuga i cavalieri. Fu però non molto più tardi che questi tornarono con i rinforzi ed armati, e con un colpo di fucile uccisero Orlando senza che i miei potessero far nulla. Dopo solo qualche mese morì anche il fratello di Orlando, di cui non ricordo il nome. Ma erano cresciuti insieme,  avevano sempre difeso il gregge insieme e combattuto le loro battaglie insieme.
Castel del Monte, 21/09/2003

Una storia veramente vera.

Ci troviamo verso fine degli anni 50, in località Cascina della Provincia Aquilana , Antonio si trova con il suo gregge a sfruttare le ultime erbe autunnali alle pendici di alcune colline circostanti sui quali corre il confine tra Abruzzo ed il   Lazio.
Tornate gi, brucando brucando, in una valletta proprio ai piedi di una collina incorniciata da un folto bosco di pini silvestri e cerri, le pecore iniziano ad ammorrarsi mentre i guardiani bianchi iniziano a mostrare uno strano nervosismo.
In lontananza , sulle alture dei Monti della Laga , gi da un po' imbiancate, sempre pi un color rosarancio invade le cime che il tramonto autunnale sostituisce al candore della neve.  
Non capitava da tempo - sembravano ormai storie di altre epoche - una sagoma di quadrupede a dorsale rigida e orecchio acuto si distaccava dall'ormai nero bosco esse ju lupe.
Era solo:? Possibile .. ? Come mai ..?
I cani da pecora di Antonio da un pezzo si muovevano agitati intorno alle pecore ammorrate ed in particolare Nestore, il capo branco che ormai aveva quasi sette anni , che per un cane che lavora con le pecore non affatto poco.
Con lui cerano Sentinella, la femmina pi adulta, Nebbia e Gaspare , nati nella prima cucciolata di Sentinella e Nestore e due scattoni fratelli di  un anno e mezzo circa , di cui non ricordo i nomi.
Questi ultimi provenivano da uno scambio con un pastore amico della zona di Mascioni - Campotosto che aveva dei bei cani grossi. I cacciunitti (cuccioloni) erano rimasti alla stalla insieme alle pecore prene (gravide). 
Normalmente , quando si tratta di un solo lupo , difficilmente questo si espone al rischio di avvicinarsi ad un gregge custodito da sei cani. Ci nonostante continuava ad avvicinarsi lentamente.
Antonio era teso ma non preoccupato pi di tanto, convinto che ju lupe si sarebbe ritirato in buon ordine.
 Nestore , con il pelo diritto e voce minacciosa , si scagliava verso il lupo fino a circa metà strada tra il gregge ed il lupo , piantando con una certa imponenza le forti e robuste zampe nel terreno. Lo seguiva a distanza Gaspare e pi indietro, timorosi, i due scattoni.
Il lupo sembrava fare due passi avanti e quattro indietro come se volesse rinunciare e tuttavia non mostrava l'intenzione di abbandono definitivo .
Solo man mano che Antonio cercava di richiamare Nestore si rendeva  conto del gioco a cui  stava giocando il predatore . Si stava pian piano tirando Nestore verso il limiti del bosco mentre il distacco con gli altri cani ed il gregge aumenta sempre pi .
Nestore un po per il suo carattere , un po per la concitazione , non ascoltava Antonio tanto meno si era reso conto di essere rimasto solo.
Fu proprio cos che giunto ad una ventina di metri dal bordo del bosco si lanciano altri tre lupi verso Nestore , sgusciando a sorpresa dall'oscurità della foresta, accerchiandolo in un batter d'occhio .
Ormai era fatta. Antonio disperato urla, cerca di spaventare i lupi e di aizzare gli altri cani in aiuto di Nestore ma non servì a nulla.
Nestore si difendeva come poteva dai ripetuti attacchi . Nestore un cane forte e coraggioso pesa pi di cinquanta chili ma solo . Lui ha un unico vantaggio . I predatori devono essere pi cauti per non essere feriti . Per loro una ferita pu diventare letale perchè nessuno li cura e nessuno li sfama in caso non possano pi cacciare . I predatori devono proteggere in primo luogo la loro incolumità .
I guaiti di dolore di Nestore diventavano sempre pi frequenti e laceranti . Ormai il rosso del sangue quasi prevaleva sul bianco  pelo arruffato del povero martire.
Antonio non ricorda neanche come ma ad un certo punto , forse con la forza della disperazione e magari per la rabbia del dolore che lo invadeva, Nestore riuscì ad afferrare uno dei lupi ed a staccargli di netto un orecchio .
Il latrato del lupo dolorante e l'abbondante flusso di sangue che fuoriusciva dalla testa aveva messo in allarme i compagni predatori . Nestore, giunto ormai al limite  delle sue forze cercava di reagire, barcollante e stremato a qualche altro timoroso tentativo d'attacco ma poi i lupi cominciarono a ritirarsi nel bosco.  
Antonio era combattuto tra il sentimento di gioia perchè non era stata uccisa neanche una pecora , unica fonte di reddito per lui , e quello della disperazione per le condizioni in cui era ridotto Nestore , accasciatosi definitivamente per terra nel tentativo di raggiungere il gregge.
Antonio non sapeva cosa fare. Ormai era notte e bisognava riportare le pecore nell'ovile altrimenti l'estremo gesto di Nestore rischiava di restare vano. Ma lasciarlo morire in solitudine dopo tanto  coraggio.
I lupi sarebbero potuti tornare, dandogli il colpo di grazia e divorarlo per la fame. Antonio proprio non sapeva cosa fare.
Dopo alcuni tentativi di abbracciare Nestore per portarlo a casa Antonio si deve arrendere. Quasi sessanta chili di peso morto non si portano molto lontano.
Beh! I paratori (cani conduttori meticci ) Lilla, Briciola e Sergente conoscevano bene la strada del ritorno e sapevano guidare il gregge fino a casa. Cos Antonio decise di rimanere con Nestore nelle sue ultime ore di vita.
Le notti ormai cominciavano ad essere piuttosto fredde ed umide ma Antonio era abituato anche  a condizioni peggiori e così restò a lungo sveglio carezzando il capo ancora insanguinato del povero Nestore che non faceva neanche un lamento.
L'aveva appena catturato il sonno quando Antonio di soprassalto si sveglia, udendo delle voci in lontananza . Era ancora notte, mancavano un paio d'ore all'alba. Chi poteva essere?
Man mano che si avvicinarono riconobbe la voce di Peppe, suo figlio, e Domenico, fratello di Antonio. Erano usciti in cerca di Antonio vedendo rientrare il gregge da solo, temendo il peggio.
La loro gioia di trovare  Antonio in ottime condizioni fu presto attutita dal racconto frenetico e straziante  di quanto era accaduto.
In tre riportarono Nestore nell'ovile, vicino alle sue pecore, avvertendo subito il veterinario.
Il veterinario, dagli amici allevatori, chiamato confidenzialmente Pierluigi, dopo avere ricucito le molteplici lacerazioni (erano centinaia di punti, non si contavano), prescrisse degli antinfiammatori  e degli antibiotici, senza per riporre molte speranze nella sopravvivenza di Nestore.
Ormai aveva una certa età e le ferite infertegli erano state notevoli cos come i traumi subiti.
Nestore beveva poco e mangiava niente nei giorni successivi. A forza, tutti i familiari gli colavano una poltiglia di siero di latte, pane e quant'altro in bocca, che per la maggiore andava sprecata.
Nonno Giacomino insisteva nel fargli bere un infuso di corteccia di quercia, dicendo che a lui gli aveva salvato la vita durante la guerra.
Per pi di due mesi non migliorava n peggiorava lo stato di salute di Nestore . Continuava a vegetare sdraiato quasi immobile nella stalla dove quasi tutti i bambini del paese la sera lo andavano a trovare.
Volevano confortare il cane eroe che aveva combattuto contro quattro lupi e puntualmente Antonio doveva raccontare quasi fino all'esasperazione come erano andati i fatti.
Come per miracolo, ad un certo punto, Nestore cominciava a dare segni di miglioramento e giorno dopo giorno, quando Antonio rientrava con il gregge e gli altri cani, lo trovava sempre più aitante finchè si riprese del tutto.
Ci vollero in tutto quasi sei mesi ma alla fine era tornato un vero capo branco ma non per gli altri cani maschi.
Gaspare ormai aveva quattro anni, gli scattoni di Mascioni due anni e frequenti erano le lotte per la gerarchia nel branco.Tutto pensavano a questo punto meno che portare rispetto a Nestore vecchio e malato.
Tendevano ad isolarlo, aggredendolo singolarmente, in coppia e qualche volta anche in gruppo.
Antonio aveva ormai rinunciato al pensiero di portare Nestore  con se in primavera quando si sarebbe tornati in montagna e lui sembrava come averlo in qualche modo capito.
 Forse sentendosi tradito per non essere stato sostenuto dagli altri maschi nella lotta contro i lupi, per averlo spodestato dal ruolo di capo branco durante la sua malattia, per averlo allontanato dalle grazie del suo padrone che lo aveva esonerato da suo lavoro, forse per ci sa quale ragione  successe quello che nessuno avrebbe mai potuto immaginare. Successe quello che fece di  Nestore una Leggenda  pi di quanto non avesse fatto la vicenda del combattimento coi lupi.
Erano iniziati i preparativi per la monticazione e il gregge pascolava  tra le ultime erbe di pianura a pochi chilometri dalla stalla.
Nestore,  che era legato ad una catena nei pressi dell'ingresso della casa di Antonio per evitare che seguisse le pecore ad un certo punto sparì.
Le pecore erano sole , recintate in un piccolo stazzo, guardate dai cani e quindi solamente nel pomeriggio, verso le cinque e mezzo, Antonio tornava a prenderle per la mungitura.
Avendo per notato lassenza di Nestore si era  precipitato verso lo stazzo immaginando che avrebbe tentato di raggiungere il gregge.
Non si era sbagliato, ma lo scenario che si trovi di fronte era fuori da ogni sua immaginazione.
Trovi nuovamente Nestore con il muso insanguinato e pieno di ferite ma ancor peggio Gaspare e i due scattoni, fratelli di Mascioni morti stecchiti.
Potevano essere scesi i lupi fino gi a valle ed avere compiuto un tale scempio?  -  Le pecore erano tranquille, non ve nera neanche una sgozzata o ferita e ad occhio non sembrava ne mancassero.
No, - no di tutto questo.
Quanta amarezza e disperazione dovevano avere invaso la mente ed il cuore ferito di Nestore in tutti quei mesi. Si era fatto giustizia. Si era ripreso il suo posto eliminando definitivamente quei vigliacchi traditori lasciando salvi le femmine ed i cacciunitti.
Antonio, fino al termine dei suoi ultimi giorni , quando arrivava alla fine del suo racconto, che non si stancava mai di  narrare agli ignari, non riusciva a trattenere le lacrime dalla commozione.
Nestore era ormai morto da molti anni ma rimasto vivo nella memoria di Antonio, della sua famiglia e di tanti altri che l'avevano conosciuto.
Purtroppo nessuno dei suoi figli( fu padre di altre due cucciolate) mostr tanta audacia ma forse qualche nipote o pronipote potrebbe avere ripreso da lui e chi sa che un giorno non  sentiremo parlare di qualche gesto eroico di un cane da pecora le cui  origini si dice siano  di Cascina.

UNA STORIA D'ALTRI TEMPI

Zio Teofildo, che vive in Toscana e precisamente a Prato, quando torna in Abruzzo ed abbiamo modo di vederci in compagnia d'un buon bicchiere di vin santo accompagnato dai tradizionali cantucci, cose che lui immancabilmente porta quando viene a trovarci, spesso mi racconta di quando era ragazzo e viveva ancora in paese. Lultima volta che venuto, l'estate scorsa, eravamo seduti nel giardino da mio padre e proprio a causa della mia passione per i cani pastori abruzzesi, mi ha raccontato di Mozzone. Zio Teofildo originario di S.Benedetto di Bagno, una paesino nella periferia dell'Aquila. Una delle cose che ricorda con maggiore piacere della sua infanzia la presenza nel suo paese natio di quel gigante bianco, un cane da pecora di nome Mozzone. Un tempo - s'inserisce nel discorso mio padre - in paese cera iu pequerare . Cioè il pecoraio inteso come colui che radunava le pecore di tutto il paese dei diversi piccoli proprietari per portarle insieme al pascolo. Quando mio padre fa questa precisazione non manca mai di aggiungere: Ohh, quando la sera il pecoraio faceva rientro al paese, dovevi vedere come ogni pecora rientrava da se nel proprio ovile . E quando qualche volta capitava che qualcuna si faceva confondere, il padroncino ospitante la restituiva al proprietario (a quell'epoca le pecore si conoscevano una ad una), sfottendolo nel dirgli di avere delle pecore poco intelligenti. Ma torniamo a Mozzone ed il racconto di zio Teofildo . Lui si ricorda bene di questo cane perchè era enorme, molto pi grosso di tutti gli altri cani. E vero che nei racconti, pi passano gli anni e pi aumentano le dimensioni delle cose in essi narrate ma zio ricorda benissimo che sulla groppa di Mozzone prendevano posto comodamente tre bambini in età prescolastica. Infatti fu una delle pi grandi emozioni da lui vissute in tenera età, il giretto concessogli da Gaetano il pecoraio a cavallo di Mozzone fino alluscita del paese. Sicuramente era un cane che oggi a fatica sarebbe rientrato nei canoni stabiliti dallattuale standard ma altrettanto difficile immaginare che un cane di oggi avrebbe potuto compiere le imprese di Mozzone. - Ormai zio era già più grandicello e andava alla scuola elementare quando Mozzone ancora aitante faceva il suo lavoro. Era un inverno di quelli veramente d'un tempo. Mio padre, intervenendo puntualmente, racconta che dovettero scavare delle vere e proprie gallerie per andare da una casa all'altra o fino alla stalla. Con gli occhi ridenti come quelli di un bambino aggiunge: ci facevamo gli sci con le doghe delle botti; con quelle s che necessitava dell'equilibrio per sciare. Nonno Ughetto ( suo padre ) un giorno mi riportò delle tavole di rovere ben affilate - io gli curvai le punte in su  nell'acqua bollente. Erano un vero lusso allora. Fulvietto, continua mio padre, andava a scuola con gli sci scendendo per l'aia vecchia e portava un cappello di montone rovesciato con i copri orecchi, come vanno ancora oggi, ma non l'allacciava mai. A forza di sobbalzare, i copri orecchi svolazzavano che sembrava vedere un cane da caccia che rincorre la preda. - E tutti e tre ci facciamo una bella risata. Questi incisi di mio padre, anche se spezzavano un po' la continuità del racconto di Mozzone, permettevano a zio Teolfido e me di gustarci un po' di cantucci intrisi nel vin santo. - Quando gli inverni erano particolarmente lunghi e rigidi, prosegue zio, anche i lupi, allora ancora molto schivi e con una notevole paura dell'uomo, dovevano spingersi fino nei paesi per trovare del cibo. Sia zio che papà, sembrerebbe con ancora un pizzico di timore, raccontano che non poche volte nella notte udirono, accovacciati nei loro lettini di paglia, gli ululati dei lupi non lontani dal paese. Una notte in particolare, zio ricorda che udì dei ringhi e dei guaiti come quelli di  cani lottano tra loro. Sembrava una lotta interminabile. Succedeva spesso perchè  i cani si contendevano quel poco di cibo a loro concesso. Veramente a quel tempo un osso o un pezzo di pane secco poteva costituire motivo di lotta a vita o morte. Ma quella notte sembrava dovesse trattarsi duna lotta particolarmente feroce e anche scorgendo attraverso la piccola finestrella con il vetro reso opaco dal gelo, che dalla sua stanza si affacciava in strada, non riusciva a vedere nulla. Non riuscì a riposare molto quella notte perchè aveva paura che potesse accadere qualcosa a Mozzone. Certo non aveva nulla da temere dagli altri cani del paese ma succedeva di tanto in tanto che qualche cane troppo coraggioso veniva ucciso dai lupi nel tentativo di difendere la sua proprietà. Era gi da un po' di notti che si avvertiva la presenza dei lupi nelle vicinanze ed i timori di mio zio non erano affatto infondati, essendo Mozzone un cane molto coraggioso che non si sarebbe di certo tirato indietro di fronte agli attacchi dei lupi.  - Essendosi addormentato che era quasi mattino, zio Teofildo era caduto in un sonno profondo che non riusciva proprio a svegliarsi e neanche gli urli disperati della mamma, che non voleva facesse tardi a scuola, riuscivano a convincerlo di abbandonare il letto, finchè non sentì uno strano e crescente vocio in strada. Sobbalzò dal letto e si affacciò vedendo un gruppo di persone attorno ad un qualcosa che sembrava un animale della grandezza di un cane, ricoperto di sangue tanto da creare un alone di neve rosa tutt'intorno . Il cuore gli batteva a mille. Forse i suoi timori si erano rivelati giusti. Si vestì in fretta e furia, senza lavarsi nè fare colazione, dimenticando persino la cartella per la scuola, si precipitò in strada con il cuore ancora in gola, sotto le grida rimproveranti della madre. Cercò di farsi largo tra la gente e quando riuscì a scorgere, tra le gambe del pecoraio, il triste spettacolo, con gli occhi gi intrisi di lacrime si rese conto che non poteva trattarsi di   Mozzone. Nonostante la compassione che poteva provare per quel cane si sentì sollevato ed una sorta di felicità lo invase come un lieve tepore attraverso il suo giovane corpicino in quella gelida mattina. Ma di chi era quella povera bestia? Tra sangue, brandelli di carne e pelle lacerata non si riusciva a capire che cane fosse, anche se era una animale di rispettose dimensioni. Fu Felice, il vecchio cacciatore, a commentare a colpo d'occhio: quiss'è iu lupe. Sembrava impossibile, com'era potuto accadere? Cosa mai era successo quella notte. Non si vedeva un cane nei dintorni ed anche di Mozzone nessuna traccia. Zio Teofildo, che conosceva bene il rifugio di Mozzone, anche perchè ogni tanto gli portava qualche pezzo di lardo di nascosto (il lardo a quell'epoca era un bene prezioso), di corsa si diresse nell'angolo d'un fienile dove lo trovò disteso, stremato e pieno di ferite ma vivo. Ci pensarono zio con i suoi amici a curarlo perchè a quel punto, oltre essere il cane di tutti e soprattutto dei bambini, era diventato l'eroe del paese. Si riprese in fretta e lavorò con le pecore ancora per diversi anni. - Non so voi ma a me piacciono le storie di zio Teofildo , anche perchè hanno la giusta durata. Il tempo di una bottiglia di vin santo ed un sacchettino di cantucci.
Valle d'Ocre 10.11.01